lunedì 9 settembre 2013

Farsi delle promesse

Oggi mi sono fatta una piccola promessa.
In questo ultimo anno ho comprato ed accumulato libri senza finirne, o nella maggior parte dei casi iniziarne, neanche uno.
La mia filosofia secondo cui siano i libri a sceglierci - e non viceversa - è sempre valida.
Ma sono arrivata ad un punto che sento di averne acquistati abbastanza (la libreria vomita) e ho deciso che non acquisterò più un libro - se non in casi eccezionali di libri imperdibili o che cerco da una vita - fino a che non ne avrò letti abbastanza.
Con abbastanza intendo 15, 20 libri. E non sono una che i libri li divora, ma magari chissà.

Ho sempre pensato che i libri siano i libretti di istruzioni del mondo.
L'ultimo uscito di Baricco ne è la conferma (trallallà): ha raccontato su "La Repubblica" i migliori cinquanta libri letti negli ultimi dieci anni, ha raccolto tutto in un piccolo fascicolino che si intitola proprio come quello che lui pensa sia stato lo scopo di tutto quel leggere, ovvero l'essersi fatto "Una certa idea di mondo".

Il punto è che farsi delle promesse, qualsiasi esse siano, è bellissimo.
Primo, perché stiamo sfidando i nostri stessi limiti. Metterci alla prova e vincerci è doppiamente eccitante. Imparare a conoscere i cunicoli della nostra vera natura ci sarà d'aiuto.
E secondo, perché siamo noi stessi a stabilire le nostre regole, e ad accordare le nostre scappatoie. Ci alleniamo ad essere leali sulla nostra pelle, ci diamo la nostra stessa parola; non è un'immagine poetica?

{Ho deciso pure che lascerò qui di fianco un box che aggiornerò con i titoli dei libri che finisco di leggere. Così mi tengo sotto controllo davvero e chi passerà di qui potrà vedere la roba che spicca nella mia libreria.}

martedì 27 agosto 2013

Toglietemi tutto, ma non il mio Vanity Fair (più o meno)

Il postino mi aveva appena consegnato GQ di agosto e ho capito che fosse il momento di scrivere.
Nel 2007, quando all'inizio di giugno uscì la copertina di Vanity Fair con Kakà al top della sua carriera al Milan, stavo per compiere quattordici anni. Da brava tifosa prendo Vanity in edicola e in mano per la prima volta, scatta qualcosa e dopo un mese ero già abbonata.
Raccontavano le persone e le storie del mondo in un modo che mi lasciava senza fiato e piena di domande.
Il mio giornale arrivava a casa di venerdì, così avevo proibito alle amiche di anticiparmi la storia di copertina e ai miei familiari di aprire e sfogliare il giornale prima che tornassi da scuola.
Era un rituale a cui non potevo rinunciare: prima Mina, poi Capitani, poi Daria e la posta dei Direttore Luca Dini. Leggevo gli articoli senza conoscerne l'autore e giocavo ad indovinare chi li avesse scritti (Andrea Scarpa non mi sfuggiva mai).
I miei genitori non capivano perché non riuscissi a buttare via i vecchi numeri che si accumulavano. Mi sentivo compresa da tutti coloro che scrivevano di non poter fare a meno di Vanity Fair: c'era la mamma che tagliava a metà il giornale (pesantissimo) per leggerlo a letto e il ragazzo che lo leggeva di nascosto dalla fidanzata abbonata (e felice). Insomma, era proprio amore.
Ero una ragazzina che si affacciava al mondo attraverso quelle parole: le amavo proprio tutte, ma un po' di più quelle che uscivano dall'imprevedibile penna di Gabriele Romagnoli (ne ho già parlato, qui).
Ricordo i suoi pezzi come se li avessi letti ieri: il finto funerale nell'Estremo Oriente, tifo e divorzio direttamente dal Camp Nou, la storia della sua vita attraverso i suoi gatti, Fulton Street e prima ancora le storie dell'abbonato qualunque pescato a caso, perché – diceva – ognuno ha una storia da raccontare.
L'amore per raccontare le storie è venuto anche a me, che nei primi anni di liceo riempivo le colonne del giornale della mia città. Scrivo solo quando mi brucia dentro qualcosa, quando sento che la devo raccontare a qualcuno.
Poi, un giorno, il 25 gennaio 2011 – che tra l'altro compie gli anni Alessandro Baricco, altra pietra miliare della mia adolescenza – Gabriele parla dell'ultimo giorno a New York che non doveva esserci preannunciando il nuovo incarico di Direttore a GQ Italia. E' finita – dice – questo è il mio ultimo articolo. E poi parafrasando, che lo faceva per noi lettori, che il giornale gli aveva dato tanto, e chiudeva con un augurio malinconico citando Kant e lasciandoci una nuova lezione, proprio come ci aveva abituati.
Il mio abbonamento stava per scadere, Romagnoli se ne andava e così cedo alle insistenti minacce dei miei genitori e non rinnovo l'abbonamento. Facevo il quarto anno. Stavo per compiere diciotto anni. Ero una ragazza mai abbastanza illusa dall'amore, più innocente di quanto si pensasse, in fondo serena.
Smetto di leggere il mio giornale e contemporaneamente smetto di scrivere. Online o sulla carta non c'è quasi più traccia di me. Si avvicinava la maturità e i miei temi erano diventati sempre più aridi e meccanici, per compiacere la poco malleabile prof di Lettere che non capiva perché rifiutassi categoricamente l'analisi del testo.
In un anno perdo entrambi i nonni che mi hanno cresciuta: scrivo sì, ma solo i loro necrologi. La gente mi incontra per strada, proprio come faceva quando scrivevo delle morti di Michael Jackson o di Jade Goody anni prima, e mi dice di aver pianto leggendo le mie parole.
E' il 2013 e decido finalmente di abbonarmi a GQ: il mio cuore aveva fatto pace con Romagnoli, ero pronta a leggerlo di nuovo e a ricominciare a scrivere.
Col primo numero va tutto liscio. Dal secondo cambia il capitano della nave di Gentlemen's Quarterly e Romagnoli mi abbandona di nuovo. Poi scopro, per caso, l'altra settimana, comprando Vanity in edicola dopo due anni, che il capitano è rimasto solo ed è tornato a scrivere lì.
Io nel frattempo ho ricominciato a raccontare le cose, proprio come mi hanno insegnato sei anni fa.
Sfoglio le pagine del sempre mio giornale e mi salta all'occhio che hanno messo in palio un posto per la Scuola Holden, il mio sogno proibito (ormai un po' troppo mainstream e svuotatasche) e bellissimo di sempre.
Mi mangio le mani. Però lo scrivo lo stesso: il posto in palio era chi avesse mandato in redazione il migliore ritratto di una donna. Ho scritto, più o meno, il mio. Fiera di quello che sto costruendo, pronta a farmi le ossa in questo mondo che ci riserva sempre un mucchio di sorprese.
Non posso perdermi il Capitano Solo; ritornerò ad aspettare Vanity nella cassetta della posta.

martedì 30 luglio 2013

CAMERINO ci spiega la differenza tra VIMEO e YOUTUBE

La mia Camerino mi dà il la per parlare di video-sharing e di piattaforme online di video-publishing, enorme risorsa 2.0 per videomaker indipendenti e soprattutto amatoriali che sfruttano la potenzialità di questi social network a costo zero.
Tolto il nostro piccolo YouReporter, primo sito italiano di giornalismo partecipativo - fonte a tempo quasi reale di telegiornali alla ricerca del punto di vista perfetto - direi con assoluta certezza che i due siti web di condivisione di file audio-video più conosciuti e utilizzati siano YouTube e Vimeo.


Il primo, nato del febbraio del 2005 dalle menti di Chad Hurley, Steve Chen e Jawed Karim e acquistato da Google Inc. nell'ottobre del 2006 - per 1,65 miliardi di dollari - ospita oramai qualsiasi genere di contenuto, e nonostante le sue linee guida sui diritti per la privacy e del copyright (miste alle restrizioni riguardanti violenza e molestie) la maggiorparte del materiale visibile non è inedito e comprende spezzoni di programmi TV, partite di calcio e di altri sport, videoclip musicali, pubblicità, trailer e scene di film e telefilm.

Se è quasi ormai scontato credere che tutti conoscano e utilizzino la piattaforma targata Google, è molto meno ovvio, soprattutto da queste parti un po' meno social, che si abbia sentito parlare di Vimeo: sito di rete sociale di proprietà di IAC (InterActivCorp) dal 2006è uno YouTube più piccolo, più sconosciuto e più incontaminato.
Nonostante questo, è stato fondato - da Jake Lodwick and Zach Klein - nel novembre del 2004, precisamente quattro mesi prima del terzo sito più visitato al mondo
Al di là dei confronti tecnici e qualitativi, che potrete trovare qui, qui, e soprattutto qui, Vimeo - primo della categoria a consentire il caricamento in alta definizione - è amatissimo da un'utenza più professionale o quantomeno alla ricerca di contenuti qualitativamente alti.

Non è consentita la pubblicazione di video che non siano stati creati ex novo dall'utente (che può scegliere un account Basic gratuito, uno Plus o uno PRO), prerogativa fondamentale questa che rende Vimeo il covo di videoamatori e videomaker.
Anche il nome la dice lunga: non solo è l'anagramma di movie, ma essenzialmente è la parola video con all'interno me, che rafforza il significato del progetto.

Ma che c'entra Camerino?
Da qualche giorno circola sulle bacheche dei miei concittadini camerti QUESTO VIDEO sulla nostra città caricato su Vimeo, che mi ha fatto pensare ad un confronto pratico per chi è un po' meno tecnologico ed informato dell'esperto internauta.
E' ben fatto, la musica scelta è evocativa e soprattutto la qualità dell'elaborato supera, di molto, il video-medio (un po' trash) che troviamo su YouTube, proprio come QUESTO QUI.

Scherzi a parte, YouTube è piena di cose belle e interessanti ed il confronto che ho voluto fare è piuttosto ironico. I parametri su cui giudicare le due piattaforme sono tanti e dei più disparati, ma mi piaceva cogliere l'occasione per proporre due video diversi ed ugualmente particolari sulla nostra bella e ricca città e magari invogliare qualcuno a esplorare il web un po' più a fondo.